La Locanda dell’Ultima Solitudine

Per un lettore arriva sempre quel momento in cui la necessità di parlare dell’ultimo libro letto diventa incontenibile. Ancor di più se quel libro lo si è amato dalla prima all’ultima pagina.

La Locanda dell’Ultima Solitudine mi ha fatto precisamente questo effetto e così, eccomi qui a cercare di mettere insieme parole che possano rendere merito alla bravura dello scrittore. Ho pensato di pubblicare un post dedicato a questo libro nel momento esatto in cui l’ho terminato.

Solo una volta davanti allo schermo del computer, con le mani sulla tastiera, sono stata invasa da una certa insicurezza: Alessandro Barbaglia usa le parole con grande abilità, costruisce giochi linguistici e riesce a dar vita a vere e proprie magie collegando tra loro termini che, se usati da altri, non sarebbero state nient’altro che comuni frasi schierate l’una dopo l’altra.

Ecco il motivo della mia perplessità: è difficile recensire come merita, un libro scritto da chi riesce ad usare le parole come ingredienti di una di quelle ricette complicate. Quelle in cui non puoi sgarrare con le dosi, non puoi sostituire un sapore con un altro. Tante piccole parti che riescono a creare un TUTTO perfetto. Solo i grandi chef ci riescono. Solo i grandi scrittori lo sanno fare.

Ho pensato molto a come descrivere questo libro e il paragone culinario mi è sembrato il più indicato o, quanto meno, quello più spontaneo, arrivato senza che nemmeno me lo aspettassi. Alessandro Barbaglia ha cucinato La Locanda dell’Ultima Solitudine a regola d’arte. Non sarebbe stata la stessa cosa se avesse spostato una virgola, cambiato un nome o aggiunto/tolto qualcosa a questa storia. Il TUTTO è perfettamente bilanciato, collegato e amalgamato.

Avrei voluto che non finisse, proprio come uno di quei piatti talmente deliziosi da pulire il piatto e alzarti da tavola con la voglia di mangiarne ancora.

A questo punto, sperando di avervi fatto venire un po’ di “appetito“, vi lascio augurandovi tre cose:

• di raggiungere quella “nave mancata” arroccata sugli scogli

•di trovare sempre fiori accordati

•buona lettura

Di seguito, trovate la trama del libro più originale che abbia letto nell’ultimo periodo, La Locanda dell’Ultima Solitudine:

Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio… Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell’Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che, lì e solo lì, in quella locanda tutta di legno arroccata sul mare, la sua vita cambierà. L’importante è saper aspettare, ed essere certi che “se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”. Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Bisogno, il minuscolo paese in cui abita da sola con la madre dopo che il padre è misteriosamente scomparso, le sta stretto, e il desiderio di nuovi orizzonti si fa prepotente. Intanto però il lavoro non le manca, la collina di Bisogno è costellata di fiori scordati e le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano da generazioni il compito di accordarli, perché un fiore scordato è triste come un ricordo appassito. Libero vive invece in una grande città, in una casa con le pareti dipinte di blu, quasi del tutto vuota. Tranne che per un baule: imponente, bianco. Un baule che sembra un forziere, e che in effetti custodisce un tesoro, la mappa che consente di seguire i propri sogni. Quei sogni che, secondo l’insegnamento della nonna di Viola, vanno seminati d’inverno. Perché se resistono al gelo e al vento, in primavera sbocciano splendidi e forti. Ed è allora che bisogna accordarli, perché i sogni bisogna sempre curarli, senza abbandonarli mai. Libero e Viola cercano ognuno il proprio posto nel mondo, e nel farlo si sfiorano, come due isole lontane che per l’istante di un’onda si trovano dentro lo stesso azzurro. E che sia il mare o il cielo non importa. La Locanda dell’Ultima Solitudine sorge proprio dove il cielo bacia il mare e lo scoglio gioca a dividerli. La Locanda dell’Ultima Solitudine sta dove il destino scrive le sue storie. Chi non ha fretta di arrivarci, una volta lì può leggerle. Come fossero vita. Come fossero morte. Come fossero amore. Con una scrittura lieve e pervasa di poesia, tra giochi linguistici, pennellate surreali e grande tenerezza, Alessandro Barbaglia ci racconta una splendida storia d’amore.

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    2 commenti

    1. Una curiosità intima, indescrivibile abita gli occhi di chi cerca il senso non evidente delle cose, il mistero di ogni esistenza. Si accende lo sguardo dinanzi a ogni indizio che reca, che facilita, che rende più vicina la comprensione di un oggi sempre avvolto nel mistero.
      Un desiderio profondo abita il nostro intimo: comprendere, collegare il senso di accadimenti diversi, spesso contrapposti tra loro, che affollano i nostri giorni, il nostro andare avanti con la vita sino all’incrocio successivo e, poi, ancora oltre.
      Osservare, giocare con le differenze, stabilire comunioni e somiglianze nella quiete del nostro intimo, che custodisce memorie gelose, segreti inviolabili, spazi di libertà e di verità inaccessibili.
      Non accadono da sé queste trasformazioni, non si imparano facilmente le regole di questi “giochi”, che possono sconvolgere esistenze abituate a misurare tutto e tutti guardando per lo più all’efficacia, all’efficienza, al risultato, alla convenienza.
      Vi siete mai chiesti perché la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie non smetta mai di affascinare?
      La gente continua a sognare, a sperare durante tutto il corso della propria vita. Ognuno conserva dentro di sé un cassetto magico che apre quando vuole, quando sente di dover uscire dalla realtà. E quello che esce non è solo fantasia, immaginazione oppure un desiderio ad occhi aperti che non si realizzerà mai, ma è la sostanza di cui è composto il nostro cuore.
      Nei sogni ci sentiamo sicuri, i protagonisti siamo sempre noi e scegliamo in che tipo di luogo collocarci, con chi e cosa fare e l’indicatore, la freccia che seguiamo è il cuore.
      Ogni cassetto è diverso in ogni persona, così come è diverso il suo cuore. Molti dicono che bisogna guardare la concretezza delle cose e non fantasticare. Perché non si è più bambini.
      Il maestro della fantasia può essere quel Robin Williams – attore recentemente scomparso – nel tuffarsi con la vita dentro ad un quadro in “Aldilà dei sogni”. Oppure che dire dell’Alice nel Paese delle Meraviglie?
      Alice ha deciso di seguire il coniglio col panciotto e di violare le regole. Forse a volte dovremmo farlo anche noi. Fermarci un attimo e guardare in profondo tutto ciò che ci circonda o sprofondare nel profondo di un quadro per fuggire dal rumore assordante della quotidianità… Sì, anche se all’inizio potrebbe sembrare insensato e non produttivo: solo osservando le cose con quel tocco magico bambinesco riusciremo a notare la loro bellezza.
      E poi lei, la Fantasia. Quella non la puoi fermare con nessuno schema, perché l’uomo è più geniale di qualsiasi regola. Pensate tutte le volte in cui ci interessa una persona, che per qualsiasi motivo riteniamo “più difficile” da raggiungere: con la ragione ci diciamo matti a fantasticare su noi e quella persona, mentre con la fantasia ci diciamo che vale la pena a ragionare su di noi… E poi succede, sì succede, a piccoli e grandi, facendo sì che due vite si incontrino e che tutti restino a guardare a bocca aperta con il naso al cielo.
      Questa è la magia che nasce e non ha età, né scadenza né importanza per la distanza; questo è l’amore, la magia più bella che ci sia, che ci fa sperare e vedere ogni difficoltà con una marcia in più.
      Succede, ci si innamora e, davanti a questa magia, a molti non resta che interrogarsi: “Perché?”
      Perché la ragione non può fare molto contro sentimenti così forti. La ragione non penetra nella magia.

      MAGICI FANTASTICI SOGNI

      di Fausto Corsetti

      Con un simpatico saluto.

      Fausto

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