Di novembre e del suo essere autunno

Autunno. Ovvero, sessanta giorni al Natale. Le caldarroste vendute in strada che, se vuoi, ti è concesso mangiare seduto in spiaggia. Ché ancora non fa freddo e il mare d’inverno, lo diceva pure la signora Bertè, è qualcosa di speciale. 

“È come un film in bianco e nero visto alla tv”. Quello che guarderesti in un pomeriggio di pioggia, sul divano con i pop corn e la cipolla in testa effetto finto-spettinato. (Cosa che nella realtà, si riduce a essere spettinata per davvero). Novembre e le giornate nuvolose e un po’ malinconiche, quelle create apposta per leggere. E allora: libro, tè caldo e biscotti al burro. Il tutto rigorosamente vicino alla finestra, ché se ogni tanto non dai uno sguardo fuori, perdi l’atmosfera.

Novembre è la casa in campagna e il giro nel bosco per cercare i funghi. Quelli che poi pulisci vicino alla stufa, insieme a mamma e zia come le migliori comari ma del nuovo millennio. Quelle che parlano di vestiti, viaggi e di internet che non funziona e di quell’App che se me la scarichi tu è meglio. 

È il mese dell’attesa: aspetti il freddo, aspetti le luci di Natale che vengono installate per le vie della città e che arrivi l’abete per la piazza centrale. È il mese delle mostre più belle, quelle che vai a vedere mentre fuori diluvia e quando esci ha smesso di piovere. 

Novembre è il pomeriggio al cinema   e la cioccolata calda al bar. 

Bello. Come se ogni novembre fosse il primo.

   
    
    
 

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